Simona Tarantino

Bagheria | Operatrice Shiatsu |

Un caro amico mi ha detto  “Lo shiatsu è come la religione, troppo spesso non ci si crede se non in punto di morte”. Ed io l’ho conosciuto così, tra i racconti e le storie di chi sa…che lo Shiatsu non si racconta.

Come molti, ho varcato la soglia di Accademia per esigenza. Stavo cercando un luogo in cui poter aprire il cuore senza la paura di farmi male, senza la responsabilità  di dovermi modulare e difendere: ricordo che mi sentivo ferita, e forzatamente disillusa.

Come molti ho varcato la soglia di Accademia senza sapere che avrei, infine, studiato per diventare un’operatrice. A dire il vero, proprio non saprei dire perchè scelsi, in quel pomeriggio d’estate, di entrare nel luogo che oggi sento il mio luogo.

Accoglienza è la prima parola che mi venne in mente (e in corpo) quando Francesco Musso e gli altri operatori di Accademia mi accolsero all’ingresso. Famiglia fu la seconda. Libertà l’ultima, ma l’avrei scoperta solo più avanti.

Ho cominciato a frequentare il mondo dello Shiatsu ricevendo trattamenti. Il benessere che ne conseguiva fu quanto mi spinse ad intraprendere gli studi: ho voluto conoscere il modo per fare (e farmi) bene tramite il mio corpo, ho scoperto che era possibile  e l’ho scoperto sulla mia pelle. Le emozioni sono legate alle ossa, i sentimenti agli appoggi, la pace dei miei pensieri alla tensione dei miei muscoli, in un rapporto biiettivo che non avevo mai osato indagare, nè supporre vero.

Così ho scelto di cominciare la formazione, e mai parola fu più veritiera: lo Shiatsu mi ha dato forma. E’ un percorso che punta alla conoscenza del proprio corpo passando per la sua accettazione, che poi è l’accettazione di sè. Stupendomi ogni giorno come se stessi passeggiando per terre mai viste, scoprendo di continuo come ogni parte del mio corpo, ogni suo modo di poggiarsi e di compensare, nascondeva un racconto di quello che sono e una richiesta di ciò che vorrei.

E’ il percorso lungo la scoperta di un linguaggio che non avrei saputo pensare. Così, imparando ad accogliere me stessa ho imparato ad accogliere l’altro, e solo allora è giunta la tecnica. Ponderata, organizzata e percorsa insieme ad insegnanti che hanno saputo prevedere paure, titubanze e punti di forza di ogni alunno che ha deciso di affidarsi alle loro mani.

I miei insegnanti sono compatti e radicati come la disciplina che insegnano, ognuno di essi con i propri colori, riconoscibili e mai “fotocopiati”. Perciò, la terza parola è Libertà.

Libertà di poter essere ciò che sono, consapevole del fatto che questo è abbastanza. Non solo nella esaltazione di ciò che ritengo “bello” di me, ma anche e soprattutto nell’accettazione di ciò che ho faticato ad apprezzare della mia persona: “imparare a muoversi dentro limiti conosciuti, imparare a farne delle possibilità.”.

Accademia non è un luogo che consiglierei, Accademia è il luogo in cui porto i miei amici, ogni volta che voglio ricordargli quanto sono importanti.