La teoria del volo

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Paratatto!

No, tranquilli, non è una parolaccia né un insulto. È un termine che ricorre nell’ambiente degli operatori shiatsu, a volte anche a sproposito, ma cosa significhi esattamente… rimane un mistero per tanti.

Se analizziamo etimologicamente la parola indica un qualcosa che va “al di là” del tatto. Difatti viene chiamato in causa quando si cerca di spiegare agli aspiranti operatori che la percezione tattile è utile nel percepire sensazioni come la temperatura, la consistenza o la reattività di una zona pressata, ma che quando si vuole entrare in contatto con sensazioni più “sottili” ecco che il tatto non è più sufficiente, e si deve far ricorso al famigerato paratatto.

Chi studia shiatsu sa che con “sottili” si possono voler dire molte cose. Quasi sempre però ci si riferisce a quel substrato energetico che, secondo il modello taoista, risiede nel nostro organismo. In parole povere i cosiddetti percorsi energetici.

Inizia così per ogni shiatsuka la ricerca di questa capacità superiore, del tatto 2.0, capace di spalancare le porte della percezione e avvicinarci al meraviglioso mondo dei percorsi energetici. Ora, uno studente attento direbbe: tutto molto bello… ma come si raggiunge?

E un istruttore provetto risponderebbe: basta pressare fino ad ottundere le sensazioni del tatto comune per risvegliare quelle del paratatto!

Semplice, no? E allora eccoci difronte a campi sterminati di operatori, disposti a massacrarsi i pollici pur di ottenere questo Santo Graal della pressione. Ma la ricompensa è grande.

 

Sfregare il mattone per ottenere uno specchio

Purtroppo però non esiste niente del genere. Quello che comunemente viene chiamato paratatto non è una forma evoluta di tatto, ma una nuova dimensione in cui, i comuni cinque sensi (e forse anche qualcuno di più), si integrano per risvegliare percezioni complesse. Non a caso infatti, quando uno shiatsuka deve visualizzare le proprie sensazioni, fa ricorso a immagini che appartengono a tutta la gamma sensoriale conosciuta; al tatto quindi ma anche ad odori, sapori, immagini e anche suoni. In altre parole si sforza di tradurre in qualcosa di noto l’effetto di percezioni di cui non ha esperienza. Sta costruendo un nuovo vocabolario.

 Uno

È solo in questa unità sensoriale che si cela la chiave per “sentire al di là”, per percepire l’altro ad un livello superiore. Il tutto con una conseguenza sorprendente: per sentire l’altro l’operatore deve innanzitutto “ricomporre” se stesso. Sensi integrati vogliono dire intima convergenza e riacquistare anche la propria unità.

L’unità con l’altro.

L’unità col tutto.

Non è raro infatti, per chi riesce in questo, sperimentare durante il trattamento un senso di profonda pace interiore, di accordo alla natura stessa, simile ad un ritorno al proprio posto della calma. È uno stato così piacevole da diventare quasi una droga. La dolorosa separazione che sperimentiamo giocoforza nella vita di tutti i giorni sparisce nel momento in cui entriamo in comunione con qualcuno. Meraviglioso!

 

Nessuno

Io non mi intendo di droghe ma per quel che ne so, stando così le cose, dovremmo vedere uomini in astinenza da contatto, scambiarsi trattamenti fino a sfinirsi, nei secoli dei secoli… Eppure basta guardarsi attorno per capire che le cose stanno diversamente. La mia esperienza mi insegna che, anche fra operatori, ci si tratta meno di quel che si potrebbe.

Da dove nasce quella resistenza che mitiga questo desiderio? Perché è faticoso cominciare un trattamento?

Non è pigrizia né egoismo. Si tratta di vera paura. Paura di non essere all’altezza, paura di non tener fede alle aspettative dell’altro, paura del fallimento. Ma la paura, credetemi, è l’abito della festa della separazione. La paura è quel diavoletto (diaballo in greco significa appunto separare) che ci sussurra all’orecchio “io” facendoci dimenticare il “noi”.

Accettare che anche un’esperienza non gradevole non è esclusivamente colpa di uno o dell’altro, che le cose “dovevano andare così” è il primo passo per raggiungere l’unione. Quella paura è una forma subdola di egocentrismo che dobbiamo scacciare con veemenza.

Centomila… voli possibili!

Ma quando il nostro desiderio di darci è sufficientemente forte non esistono più ostacoli. In cambio avremo qualcosa di inestimabile. Riconquisteremo la nostra unità.

Abbandonare il peso è una delle prime lezioni. Abbandonare se stessi la lezione di sempre.

Affidarsi all’aria, confidando che possa sostenerci… questa è la teoria del volo!

 

la teoria del volo è un articolo scritto da Alessandro Levantino, Istruttore dell’Accademia Siciliana Shiatsu.

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