Non privatevi dei fiori

Non privatevi dei fiori

pubblicato in: Articoli Francesco Musso | 0

A Palermo, piove.
Ve lo dico perché per scrivere parole non si può prescindere dal contesto, cioè dall’insieme di circostanze in cui si verifica una comunicazione.
Inevitabilmente, le mie, saranno parole palermitane costellate d’acqua.
E poi volete mettere che le sto scrivendo di mattina, sono le 9:12 del 1 marzo 2014.
Quindi sono parole “scelte”, dalle contingenze, dal luogo, dal tempo e da me, parole che si stanno svegliando e hanno il compito addirittura di iniziare un nuovo mese, marzo poi, non so se sia saggio scrivere a marzo.

Ieri aveva altre parole, era febbraio, il 28 di un anno non bisestile e non pioveva, almeno di mattina, ma siccome non ho scritto non ho dovuto scegliere le parole, di ieri.
Così il 28 febbraio mi è rimasto muto, immemore.

Le parole per me sono come degli amici che ti vengono a trovare, le si ascolta, le si osserva, le si accoglie.

Io le parole ho imparato persino a toccarle ne cerco il corpo, sono attratto dalla loro postura, ascolto se respirano, se sono contratte o se sono libere, alcune le trovo claudicanti e me ne dispiace. Mi vien voglia di aiutarle, di ristabilire la loro forza vitale, la capacità di comunicare.

Forse per questo, qualche giorno fa, il 27, sono venute a trovarmi delle parole.
Non so perché si sono mosse da casa loro per venire da me, ma addirittura si sono fermate in mezzo a una strada, su un marciapiede e mi hanno aspettato per quattro giorni.
Io passo da lì ogni mattina, ma non le avevo notate, non le parole almeno.
Il primo giorno ho visto un’esplosione di colori, ho sorriso ma sono passato avanti.
Il secondo giorno mi si è aperto il respiro.
Il terzo giorno per un istante quella era la mia Palermo, delicata e vivace.
Il quarto giorno le ho sentite chiare e mi sono fermato.
Pochi passi ed ho chiesto a un fioraio gentile di condividere con me quelle parole.
Cinque minuti dopo, avevo 15 primule coloratissime in macchina e mi è parso il minimo chiedere loro delle spiegazioni, sul perché mi avessero fermato per dirmi quelle parole: «non privarti dei fiori».

C’è poco nella vita di più effimero di un fiore, forse solo le farfalle, di sicuro le parole.
Fiori, farfalle e parole.

Sopravvivere è importante, ma la tensione della sopravvivenza produce un frastuono altissimo, così ci perdiamo la vita e il suo senso.
Smarriamo le parole del vivere quelle buone, quelle gentili, delicate, tenui, intime, costringiamo le parole a gridare, scuotere, strappare, mentire.
Svuotando, acciecando, contraendo la nostra umanità.

Quattro giorni sono serviti ad un tappeto di primule, su una strada siciliana, per svegliarmi e ricordarmi di non privarmi di quei processi, di quei percorsi, di quelle cose che si pensano non utili alla sopravvivenza, di cui si pensa di poter fare a meno.

Condizioni e attività ritenute non essenziali per sopravvivere: una passeggiata con chi si ama, un fiore donato, una cioccolata calda, un dialogo, una risposta attenta e appassionata, un’ora di volontariato, uno scritto per palesare la meraviglia dell’esistenza.

Tutte quelle cose deputate a dare piccoli piaceri, effimeri se si vuole, volatili, evanescenti ma al contempo vitali per non abbrutirsi, per non diventare macchine adatte soltanto a raggiungere uno scopo, per lo più economico.
Ebbene sì, bisogna godere a pieni polmoni dell’effimero senza scopo, quelle cose che fai soltanto per il puro piacere di viverle, quelle cose che non debbono dare un risultato domani, ma in quell’oggi, unico, istantaneo e veloce.

Mia bella Palermo, ti invito a non privarti dei tuoi fiori.

Lascia una risposta